La tana del mostro…

Poche idee ma confuse. Il primo blog che non ha niente da dire. O no?

Stephen King: Tassatemi, c***o!

Scritto da: MOnSTEr il 2 Maggio 2012

Stephen King: “Tassatemi, C***O!”

Stephen King: Tax Me, for F@%&’s Sake! – The Daily Beast

“Mentre si discuteva della nuova legge fiscale, a Christie (governatore del New Jersey) fu sottoposta l’osservazione di Warren Buffett che lui avrebbe pagato meno tasse del suo segretario, e questo non era giusto. Christie rispose: ‘Sono stanco di sentire questi argomenti; se lui vuole dare più soldi al governo, può sempre staccare un assegno. Scrivesse un assegno e stesse zitto.’ [...]“

“È vero che molti ricchi donano parte dei loro risparmi fiscali ad associazioni caritatevoli; ma quello che l’1% di ricchi generosi non possono fare è assumersi le responsabilità nazionali: prendersi cura dei malati e dei poveri, educare i giovani, manutenere le infrastrutture, ripagare gli enormi debiti di guerra. La carità dei ricchi non può correggere il riscaldamento globale o abbassare il prezzo del carburante. Quel tipo di salvezza non può venire da uno Zuckerberg o un Ballmer che dica: OK, faccio un assegno di 2 milioni di dollari all’erario. Quelle noiose responsabilità vengono da parole che sono anatema per i ricchi dell’ultradestra: Cittadinanza Americana. [...]“

“E poi, parliamoci chiaro: molti dei ricchi che pagano il 28% di tasse non donano l’altro 28% in beneficienza. [...]“

“Non è giusto chiedere alla classe media di assumersi una quota sproporzionata del carico fiscale. Non è giusto? È dannatamente antiamericano, altroché! Io non voglio che tu ti vergogni di essere ricco, voglio che tu riconosca che in America ognuno deve pagare la sua giusta parte; che a educazione civica non hanno insegnato che essere americani volesse dire essere ognuno per sé; che quelli che hanno ricevuto molto devono essere obbligati a pagare – pagare, non donare, non ‘staccare un assegno e tacere’ – nella stessa proporzione. Questo vuol dire fare soldi senza frignare, questo vuol dire patriottismo, una parola che i Tea Party amano spandere ai quattro venti fintantoché non costi denaro ai loro beneamati ricchi. Questo deve avvenire in America per rimanere fedele ai propri ideali. È una necessità pratica e un imperativo morale. [...]“

“La risposta dei conservatori è quella di Maria Antonietta (‘Mangino brioche’) o quella di Scrooge (‘Non ci sono prigioni?’). Miope, molto miope, gente. Scrooge ha cambiato mentalità dopo la visita dei fantasmi… Maria Antonietta ci ha rimesso la testa. Pensateci.”

Perché di ricchi che parlano così in Italia non ce ne sono?

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Nelle mani delle banche d’affari.

Scritto da: MOnSTEr il 16 Marzo 2012

La notizia dice “L’Italia paga a Morgan Stanley 3,4 miliardi di dollari per uscire dai derivati”. 3,4 miliardi di dollari è grosso modo metà del gettito dei recenti aumenti dell’IVA.

Ma chi ha dato mandato al governo e alle altre istituzioni di comprare derivati, cioè in parole molto povere (è il caso di dirlo) di SCOMMETTERE, con i soldi nostri, sui tassi d’interesse dei titoli tedeschi (ad esempio)? E il fatto che ci fossero queste scommesse in gioco, può non aver influito sui rating che LE STESSE BANCHE D’AFFARI CHE HANNO VENDUTO I DERIVATI danno come maestrine acide agli Stati?

In altre parole, ecco come arricchirsi alle spalle degli Stati (e quindi dei cittadini) in 6 mosse:
1- Una banca d’affari (es. Goldman Sachs) propone allo Stato (es. l’Italia) di investire su titoli derivati, cioè “assicurazioni” (per esempio) sulla variazione dell’economia tedesca. Ovviamente prospetta grandi guadagni in caso di “vincita” per allettare il “pollo”.
2- L’Italia accetta, quindi in pratica scommette con Goldman Sachs (per esempio) che l’economia tedesca peggiorerà.
3- Goldman Sachs, per qualche motivo (tipo un capo di governo socialmente impresentabile o sindacati non sufficientemente appecoronati ai padroni) abbassa il giudizio (rating) sull’economia italiana.
4- Di conseguenza l’economia tedesca diventa più affidabile (aumenta lo “spread” con l’Italia) e l’Italia è obbligata a dare a Goldman Sachs MILIARDI di EURO perché aveva scommesso che sarebbe peggiorata, e ha perso.

(Ripetere i passi 3 e 4 finché non si arriva ad uno spread abbastanza alto da garantire enormi guadagni e abbastanza basso da non rendere questi guadagni praticamente inesigibili).

5- Nel caso (probabile) in cui l’Italia non abbia la possibilità di pagare tutti questi miliardi, o si ritorna al passo 3, oppure Goldman Sachs “generosamente” scambia (swap) questi titoli inesigibili con altri titoli meno onerosi, ma pagati CASH (sempre per miliardi, solo un po’ meno). E magari “presta” uno o più dei migliori propri consulenti al governo del Paese indebitato, per assicurarsi che il debito venga pagato.
6- Se lo Stato non ha neanche quelli (es. la Grecia), interviene una qualche Banca Centrale o un qualche Fondo Monetario a riprestarli allo Stato (indebitandolo ulteriormente) per farglieli rigirare alla banca d’affari. Ciò per evitare che lo Stato “fallisca” (in realtà lo Stato non può fallire, può tutt’al più decidere di non pagare il proprio debito con le banche).

Facile, no?

“Le cinque maggiori banche d’affari USA — Goldman Sachs Group Inc. (GS), Morgan Stanley, Bank of America Corp., JPMorgan Chase e Citigroup Inc. Co. — hanno un’esposizione combinata con l’Italia di $19,5 miliardi. In aggiunta alle cifre per le banche europee pubblicato in Autorità Bancaria Europea del ciclo di prove di sforzo dello scorso anno, il totale sale a $31 miliardi.”

Ovvero, pagati questi 3,4 miliardi di dollari, ne rimangono comunque altre decine ancora da pagare.

C’è qualche esperto di economia (io non lo sono) che mi può rassicurare dicendomi CHE HO CAPITO MALE?

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Quando il rispetto del copyright diventa ossessione…

Scritto da: MOnSTEr il 14 Marzo 2012

Un pub di Southampton, che da più di 20 anni si chiama “The Hobbit“, è stato minacciato di azioni legali dalla Saul Zaents Company, che detiene i diritti di commercializzazione e di trasposizione cinematografica su tutte le opere di Tolkien da 35 anni, e sta per essere costretto a cambiare nome. (Innanzitutto, complimenti per il tempismo).

Se fossi un romanziere, sarei onorato che qualcuno dedicasse il suo bar ad una mia opera (purché ovviamente ne rispetti lo spirito), e chissenefrega se con questo si fa anche un po’ di pubblicità. Forse questi esagerano un po’, prendendo a piene mani foto dei film e quant’altro: forse, se avessero cercato un’interpretazione propria, non ci sarebbe stata una reazione simile.

Però.

Stephen Fry, uno degli attori che sta girando il film omonimo, ha scritto su Twitter: “Qualche volta mi vergogno del lavoro che faccio. Che insensato, autodistruttivo bullismo.”

I gestori del locale commentano: “Non volevamo infrangere alcun copyright. Facciamo male a qualcuno? Non credo. Stiamo indicando alla gente i libri e le storie di Tolkien che non conoscono.”

Quest’ultima dichiarazione è la più illuminante per capire quanto sia idiota un atteggiamento del genere da parte della compagnia: perché se è vero che il pub si fa una piccola pubblicità utilizzando nomi e immagini prese dalle opere di Tolkien, è altrettanto vero che ogni avventore del pub ha modo di conoscere, anche solo per sentito dire, il romanzo da cui prende il nome, la sua atmosfera, i suoi personaggi; e quando a dicembre vedrà i trailer del film potrebbe essere molto meglio disposto ad andare al cinema a vederlo. E magari poi, affezionandosi, a comprare il libro; e il cofanetto DVD, la colonna sonora, il videogioco; e a vedere il seguito, e poi la trilogia del Signore degli Anelli, e di nuovo i relativi film, DVD, CD, videogiochi e chissà che altro. Tutti acquisti che riempiranno le tasche di Saul Zaents Company più di quanto riempirebbero quelle dei proprietari del pub in cent’anni. Si chiama pubblicità. Se fossi un manager della SZC, farei aprire pub chiamati “The Hobbit” in ogni parte del globo, invece di ingrassare avvocati per farne sparire uno dalla periferia del mondo.

Ma le società che detengono i diritti di opere famose non pensano ad altro che a spremere fino all’ultimo centesimo da opere che non hanno scritto (e probabilmente nemmeno letto). Oltretutto dandosi la zappa sui piedi.

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I sogni di Hitler.

Scritto da: MOnSTEr il 9 Marzo 2012

Mi imbatto in questo studio di una università australiana (Università di Melbourne; curiosità: gli estensori sono italiani o di origine italiana), pubblicato sul “Journal of Medical Ethics”. Di seguito il riassunto, per chi ha stomaco di leggere il seguito rimando al documento completo.

“Abortion is largely accepted even for reasons that do not have anything to do with the fetus’ health. By showing that (1) both fetuses and newborns do not have the same moral status as actual persons, (2) the fact that both are potential persons is morally irrelevant and (3) adoption is not always in the best interest of actual people, the authors argue that what we call ‘after-birth abortion’ (killing a newborn) should be permissible in all the cases where abortion is, including cases where the newborn is not disabled.”

Tradotto suona così:

“L’aborto è largamente accettato persino per ragioni che non hanno niente a che fare con la salute del feto. Dimostrando che (1) sia i feti che i neonati non hanno lo stesso status morale di persone effettive, (2) il fatto che entrambi siano persone potenziali è moralmente irrilevante e (3) l’adozione non è sempre il miglior interesse delle effettive persone, gli autori asseriscono che ciò che chiamiamo “aborto post-nascita” (l’uccisione di un neonato) dovrebbe essere permissibile nei casi in cui lo è l’aborto, includendo i casi laddove il neonato non sia disabile”.

Insomma, siamo già passati di fatto, se non di diritto (quindi abusivamente), dall’embrione al feto; ora ci dicono che potrebbe essere “etico” passare dal feto al neonato. Ma perché non passare direttamente anche ai bambini, già che ci siamo? Non occorre nemmeno che siano gravemente handicappati… basta che rompano le palle a sufficienza ai genitori o alla società. E quando passeremo ai troppo grassi e/o ai troppo magri? E quelli troppo poveri, che facciamo, li lasciamo vivere?

Tutti i sogni di Hitler si stanno pian piano facendo realtà… che bella la “civiltà” occidentale!

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Ipocrisia.

Scritto da: MOnSTEr il 5 Marzo 2012

Ieri i funerali di Lucio Dalla, grande cantautore, cioè grande musicista e grande poeta, italiano.

Non farò un elogio funebre, non lo conoscevo come uomo anche se apprezzavo molte sue canzoni, pur non essendo un fan. Mi dispiace molto, questo sì. Probabilmente, malgrado ciò, non avrei dedicato un post all’evento.

Poi leggo delle polemiche seguite al suo funerale, o per meglio dire causate dal suo funerale. Che a quanto pare ha voluto che fosse cattolico. Eh già, l’autore di pezzi storici come “Disperato erotico stomp“, del quale più o meno tutti conoscevano da tempo le tendenze omosessuali, ha voluto un funerale religioso, e la Chiesa non solo glie l’ha concesso, ma gli ha aperto addirittura la basilica di Piazza Maggiore (o Piazza Grande, come la chiamava lui in una notissima canzone).

Immagino l’imbarazzo della Curia a ritrovarsi una patata bollente come questa fra le mani… ma la figura barbina non l’ha fatta la Curia, questa volta. La Curia si è limitata a celebrare un funerale, gestendo al meglio le evidenti problematiche dovute alla gran folla di partecipanti e al rischio di rendere la cerimonia uno show ad uso dei media. Ma immaginiamo per un attimo che la Curia se ne fosse uscita con “sappiamo che era gay, quindi non possiamo fargli un funerale cattolico”. Che sarebbe successo? Sicuramente si sarebbero beccati (giustamente) tutti i consueti strali sull’oscurantismo, il medioevo, l’insensibilità di fronte alla sofferenza dei suoi cari eccetera, come accadde (giustamente) con il rifiuto del funerale religioso a Piergiorgio Welby.

E invece? E invece si scopre (almeno, io lo scopro) che Lucio Dalla frequentava la Chiesa, ed aveva persino un confessore abituale. E così, la Curia non rifiuta il funerale ma anzi lo organizza con cura e lascia che a pronunziare il discorso di commiato sia l’uomo che condivideva la propria vita con Lucio (definito “il suo compagno” solo da pochi media, il resto ne parla come “collaboratore”, “amico” ecc.). Nessun accenno alla vita privata del defunto, solo al suo essere un poeta un po’ fuori dalle righe, forse, ma in profonda ricerca di spiritualità.

Ma nemmeno questo va bene: ora, secondo alcuni – da un lato i militanti omosessuali, dall’altro gli integralisti cattolici – la Chiesa sarebbe ipocrita perché ha concesso i funerali al cantautore, pur sapendo della sua omosessualità, malgrado egli stesso si sia sempre astenuto dal farne una bandiera da sventolare (fare “outing”, lo chiamano). “La Chiesa ha cercato di cavalcare l’ondata mediatica”, “la Chiesa l’ha fatto perché c’entra l’Opus Dei”, “la Chiesa accetta i peccatori basta che paghino e non diano scandalo”, e altre amenità del genere. Non c’è che dire, proprio una bella dimostrazione di affetto per il defunto e di tolleranza verso chi non vive la propria vita, religiosa e sessuale, secondo i canoni predefiniti dalla società, secondo cui i gay devono essere sempre militanti e  anticlericali e i cattolici devono essere sempre appecoronati e ipocriti. Che uno scelga di vivere privatamente la propria sessualità, e che la Chiesa lo accolga dimostrando di non essere quell’organizzazione sessuofoba che viene dipinta costantemente da chi spesso non l’ha mai conosciuta dall’interno, non è una possibilità contemplata. Un plauso ai media della Lega, perlomeno non hanno fatto finta di amare quest’uomo “post mortem”, rendendogli omaggio vomitandogli contro il veleno di cui sono intrisi (essere insultati da questa gente è un onore).

Per una volta che la Chiesa fa il suo dovere, che è quello di accompagnare gli uomini verso Dio senza pretendere di giudicarli prima, ecco che arrivano gli arrabbiati di professione, quelli che non sanno stare zitti nemmeno di fronte al dolore, a tirare ognuno dalla propria parte quello che, se avessimo tutti un po’ più di cuore, sarebbe semplicemente e nient’altro che un uomo.

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L’unico eroe.

Scritto da: MOnSTEr il 18 Gennaio 2012

Condivido l’articolo su La Stampa.it, e aggiungo che, a forza di vederlo (giustamente) sputtanato in mondovisione, persino Schettino comincia a farmi un po’ di pena. Perché in fondo lui ha fatto in grande quello che ognuno di noi fa quotidianamente in piccolo: da come guidiamo, a come lavoriamo, a come ci rapportiamo col prossimo, anche noi rischiamo di fare un giorno la “cappellata epocale e irrimediabile”, vuoi per incompetenza, vuoi per spavalderia. E qualora ci succedesse, non faremmo altro che cercare il modo di salvarci le natiche e qualcuno su cui scaricare le responsabilità.

Quel giorno è arrivato per lui, e tutti possono scaricarsi la coscienza tirandogli verdura marcia più o meno virtuale. Mi auguro che non arrivi anche per noi altri… o che, se dovesse accadere, ci riservino un po’ più di umana compassione.

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Ma dov’è lo scandalo?

Scritto da: MOnSTEr il 14 Gennaio 2012

Pipì sui guerriglieri, rabbia dei talebani e inchiesta dei marines.

Scoperto in rete un video nel quale i Marines americani si pavoneggiano davanti ai cadaveri di alcuni afghani, che si presume siano guerriglieri taliban, e orinano (o fingono di farlo, non è ben chiaro) su di essi.

Tutta l’opinione pubblica mondiale grida allo scandalo, e i Marines finiranno sicuramente davanti alla corte marziale per il loro comportamento “non compatibile con i valori del Corpo dei Marines”. Nessuno si interroga sul fatto che, prima di pisciarci sopra, questi tizi li hanno ammazzati. Il che, evidentemente, rientra tra i valori del Corpo (esiste per questo, dopotutto), e dell’opinione pubblica mondiale.

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Oscurantismo.

Scritto da: MOnSTEr il 1 Dicembre 2011

Ma se penso:

  • che sia idiota (oltre che orrendo) pagare lautamente un medico per farti ammazzare, specie quando il buon Dio non ti ha dato una malattia dolorosa e invalidante da sopportare, ma al contrario ti ha dato un’intelligenza lucida e un buon tenore di vita;
  • che sia segno di rincretinimento, specie parlando di persone che si dicono di sinistra, spacciare questo gesto come un atto di coraggio e una lezione di vita;
  • e che sia incivile e segno di imbarbarimento sociale spacciare la legalizzazione di questa possibilità come una conquista di civiltà…

… mi becco del bacchettone retrogrado oscurantista servo del Vaticano e di Giovanardi?

A me tutto questo rattrista. Rattrista vedere persone intelligenti, colte, anche agiate (perché no), addirittura in buona salute, che si lasciano uccidere dal maledetto mondo senza ideali né speranze che abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza. E, a un anno da quando Mario Monicelli cercò invano di volare, e dopo che chissà quante altre persone più sensibili e profonde (proprio quelle di cui c’è più bisogno per cambiare il mondo e renderlo più umano) se ne sono andate sbattendo la porta in faccia ai loro amici (ché agli altri poco o nulla cale), sentire che il problema è se legalizzare o meno il suicidio assistito mi fa vomitare.

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Chi ha bisogno di infiltrati?

Scritto da: MOnSTEr il 17 Ottobre 2011

Sabato 15 ottobre, manifestazione mondiale degli “indignados” contro la crisi e le cricche che ce la stanno ritorcendo contro. Indeciso fino all’ultimo se andare o non andare, alla fine mi decido e vado.

La metro non ferma a Cavour, quindi sono costretto a scendere a Termini. La cosa mi mette un po’ di inquietudine, considerando che chiudere qualche fermata di metropolitana non è proprio una cosa banale, a Roma; ma mi tranquillizzo pensando che probabilmente è previsto un afflusso molto consistente.

Chissà perché finisco sempre nello spezzone della sinistra comunista, alle manifestazioni… poco male, finora non mi ha mai dato fastidio più di tanto la cosa. Chiamo il mio collega per sapere dov’è, e concordiamo di vederci a S. Giovanni come al solito.

Mi incammino per via Cavour e, pur se di fretta, osservo gli slogan sugli striscioni. Una manifestazione come tante altre, penso, ma c’è tanta gente. Bene.

Più avanti le cose cambiano. Noto le prime auto con i vetri fracassati. Non mi piace. Non tanto per la paura (il corteo sembra tranquillo), quanto il pensiero che chi ha fatto quei danni si fa scudo dei protestatori pacifici e li danneggia. Oltre al fatto che, non importa chi sia il proprietario della Jaguar sfondata, non è giusto. Mi interrogo se, con la mia presenza, sto avallando in qualche modo questa barbarie, ma giusto il tempo di arrivare al piazzale dove si trova la fermata Cavour della metro e non vedo l’ora di andarmene. Un’agenzia di viaggi completamente devastata (me la ricordo, molti anni fa era nostra cliente). Vetri dappertutto. E il corteo bloccato e insaccato nella via, senza andare né avanti né indietro. Mi chiama il collega: “guarda che a S. Giovanni sta succedendo un casino, non venire. Noi stiamo andando via”.

Non voglio assolutamente trovarmi nei casini, e non solo per la comprensibile paura. Mi rode. Questi bastardi stanno distruggendo l’unica possibilità di dare un colpo alla cricca, oltre che devastando uno dei posti più belli di Roma. Non voglio assolutamente che questi fascisti (ché questo sono) mi rappresentino.

Decido di lasciare il corteo, e scendo la scalinata che porta al piazzale dove c’è la fermata della metropolitana. La fermata è ancora chiusa, come mi aspettavo, ma noto con dispiacere che l’uscita dal piazzale è completamente sbarrata dalle camionette di una pattuglia della Polizia. Mi avvicino a un crocchio, dove alcune persone stanno discutendo animatamente ma pacificamente con le guardie.

“Fateci passare!” urlano, e l’impassibilità delle guardie è quasi sconcertante. Hanno ordine di presidiare lo spiazzo e impedire che dal corteo si stacchino gruppi di persone. Da un certo punto di vista li comprendo, se eventuali facinorosi debordassero nelle viuzze del centro, non si potrebbero controllare più. Però, con quello che ho sentito e sento ancora, (scoppi di petardi e altri botti) penso come gli altri che, se scoppiasse il panico nelle strade sopra, e la gente si riversasse nel piazzale chiuso, finiremmo tutti schiacciati contro le camionette. Le signore che stanno trattando con le guardie usano anche questo argomento, oltre al fatto che alcune persone dicono di abitare a pochi metri da lì e vogliono tornare a casa. Dopo una decina di minuti di trattative, i poliziotti acconsentono alla fine a far passare alla spicciolata tutte le persone che si sono ammassate lì, compresa qualche bicicletta. Una delle camionette si sposta quanto basta per farci passare in fila indiana, e ne approfitto prima che cambino idea.

Potrei tornare a prendere la metro a Repubblica, che è più vicina, ma il timore di trovare teppisti anche lì mi fa dirottare verso il Circo Massimo.

Dopo una lunga passeggiata che mi ha portato al Quirinale, poi Fontana di Trevi, poi a Via del Corso e da lì a Piazza Venezia, al Campidoglio e poi al Foro Romano (dove finalmente riesco a vedere la Chiesa di S. Teodoro, aperta per un battesimo), costeggio tutto il Circo Massimo fino ad arrivare alla fermata della metropolitana. Lì scopro che il corteo è stato deviato in direzione della Piramide, incontrando la marea umana che sfila con calma ma anche con una tensione palpabile. Non mi unisco al corteo, ormai ho già deciso di tornare a casa.

* * *

Fin qui la fredda cronaca. Più tardi riesco a vedere le immagini degli scontri, causati da gente venuta dal nulla, che con determinazione e anche una dose di tattica “militare” sbuca dalla folla, si organizza in un attimo mettendo quella “divisa” nera che la contraddistingue, spacca quello che può e poi si mimetizza nuovamente nella folla. O meglio ci prova, perché a quanto pare il corteo ha cercato con ogni mezzo di rigettarli, di isolarli e persino di fermarli. Questa cosa mi dà molta speranza, perché se queste “avanguardie” avessero il supporto anche solo morale dei manifestanti tutto il movimento ne sarebbe danneggiato a morte. E invece, la folla li ha cacciati, schifati e apostrofati chiamandoli  per quello che sono, fascisti, costringendo persino Alemanno e Maroni a prendere atto che non rappresentano nessuno se non la propria stupidità.

Se c’è un motivo di speranza in questa disfatta per la democrazia, è questo.

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Scozia – appunti di viaggio

Scritto da: MOnSTEr il 15 Ottobre 2011

Impressioni sparse e disorganizzate sul mio recente viaggio in Scozia.

  • Mai preso l’aereo prima; non per paura o chissà che, come qualcuno immaginava. Emozione? Poco più di un viaggio in pullman. In entrambi i casi, ti affidi alla perizia del pilota, dei tecnici e alla tenuta del tempo, sperando che non accadano imprevisti. E mangi, più per noia che per fame: ogni tanto le hostess prendono su il carrellino e diventano spacciatrici di panini di gomma, oppure di biglietti per improbabili lotterie. Può capitare di dover sopportare tutto il viaggio un neonato che piange, oltre al continuo sottofondo dei motori, o di vedere la ragazza molto carina del sedile a fianco che con molta nonchalance, mentre smanetta su Facebook con l’iPad, si smocciola sulla sciarpetta, perdendo inesorabilmente decine di punti. Per il resto, il mondo da lassù non sembra vero… quando le nuvole lo lasciano vedere (e non scegli i posti vicini alle ali nonostante tu sia salito per primo).
  • Il commesso della ditta di autonoleggio parlava un’Inglese talmente perfetto che riuscivamo a capirci quasi senza fatica; in più, parlava qualche parola di Italiano e mostrava sincera simpatia per il nostro Paese. Era polacco.
  • La guida a destra: tutto sommato, credevo peggio: ci si abitua facilmente. La cosa più difficile è capire, quando il copilota ti dice “a destra”, se intende “svolta a destra” oppure “evita di sgrugnare lo specchietto sinistro contro i muri”. Dopo un po’ si riesce persino a non salire sui marciapiedi e a guardare dalla parte giusta quando si imboccano le (innumerevoli) rotatorie.
  • Edimburgo è una bella città, relativamente pulita e ordinata. Il colore grigio piombo la rende un po’ tetra, per non parlare del Castello che la domina dall’alto di una rupe. Anche i negozi per turisti hanno un’aria molto meno pacchiana di quelli di qualsiasi località turistica italiana. E poi c’è molto verde, e un parco con una collina da scalare proprio di fronte al Parlamento Scozzese.
  • Aberdeen fa un altro effetto: al di là del particolare, rinomato granito grigio chiaro e scintillante con cui per gran parte è costruita, appare più sporca e caotica, piena di pischelli ubriachi che caracollano per le strade e gabbiani ridotti a contendersi l’immondizia per le strade. Tale e quale Piazza dei Cinquecento.
  • Nelle città scozzesi i cimiteri fanno le veci dei parchi pubblici: ci sono panchine, viali alberati e illuminati anche di notte, vasi di fiori colorati, e si può passeggiare in un silenzio irreale, tra scoiattoli e lapidi del ’700, come noi passeggiamo tra le fontane del Bernini. Nel cimitero di Aberdeen, a mezzogiorno, le campane suonano l’Aria di Bach in modo commovente.
  • Le chiese, anche quelle molto antiche, non sembrano essere particolarmente care agli scozzesi, nemmeno da un punto di vista puramente storico: ad Edimburgo una chiesa è diventata un ritrovo con tanto di tavolini da bar sul cortile, ed ancora le è andata bene; un’altra ha sulla facciata, in bella mostra, l’insegna “Sin’s Club & Lounge”, ovvero Club del Peccato; alle finestre ad ogiva, disegni sulle vetrate a forma di fiamme. Se satana potesse vincere, lì si potrebbe dire che ha vinto. Ad Aberdeen, stessa storia: una chiesa proprio di fronte all’albergo, in pieno centro, è diventata un pub (“Slain’s Castle”, Castello dell’Ammazzato), con decorazioni a occhi di vetro, scritte insanguinate, bare e teschi; un’altra ha sull’insegna “The Priory”, Il Priorato, e non è altro che un pub. Chissà che ne farebbero delle nostre chiese dei Cappuccini… Mi consolo (si fa per dire) pensando che magari, una volta, le stesse chiese avevano ospitato cacciatori di streghe: forse non era poi tanto meglio. Le altre chiese rimaste tali sono sempre chiuse, e l’unica chiesa cattolica che abbiamo trovato si trova dietro una porticina nascosta in un cortile interno di un caseggiato, con la sua brava edicola da dove una Madonna un po’ spaesata aspetta invano qualche visitatore.
  • I castelli scozzesi sono bellissimi: a differenza di quelli italiani (per lo meno, quelli che ho visitato), mantengono pressoché intatta la struttura originaria e la distinzione dal resto del paesaggio. Nel senso che, mentre in Italia i castelli, tranne rare eccezioni, sono diventati parte integrante delle città o dei borghi medievali, in Scozia (ma anche in Inghilterra) sono posti a sé immersi nel verde della campagna o comunque separati da fossati o portali dal resto della città.
  • A proposito di castelli, o comunque di opere d’arte, un altro aspetto dà da pensare: il fatto che castelli, giardini, ville e quanto vi è contenuto all’interno non sono dello Stato ma di privati, per la maggior parte antiche famiglie nobili. Ho sempre pensato alla nobiltà ereditaria come a una ridicolaggine antistorica e illogica: il fatto che uno, per il solo fatto di essere nato da una particolare famiglia, sia “un gradino sopra” le altre persone, indipendentemente dalle opere, mi ha sempre contrariato. Però… però queste enormi residenze, veri e propri musei di storia millenaria, sono tenute con un amore e una cura che va al di là del puro e semplice interesse per il turismo. Sono tenute come cosa propria da persone che le sentono come parte della propria vita. E non sarebbero nemmeno esistite se gli avi degli attuali proprietari non avessero avuto lo stesso orgoglioso amore per l’arte, la bellezza e la storia propria e del proprio popolo. Un po’ come in Italia, e in special modo a Roma, la nobiltà e l’alto clero hanno dato al mondo e all’Italia opere d’arte immortali. A malincuore ammetto che lo Stato “democratico”, specialmente in Italia, deve ancora fare molta strada per arrivare allo stesso amore, cioè sentire come cosa propria e fonte di elevazione culturale e morale (e non solo come attrazione turistica) i beni architettonici e artistici.
  • Il tempo: la proverbiale pioggia non si è certo negata, tuttavia gli unici temporali seri li abbiamo presi in autostrada, mentre per il resto si andava al nuvoloso con squarci di sereno al grigio piovigginoso; temperature deliziose per uno che non ama il caldo afoso dell’estate romana. Ovviamente, il giorno della partenza il cielo era azzurro e completamente sgombro.
  • Una cosa che, pur sapendola, mi ha sorpreso: le giornate sono molto lunghe. Del tipo che a mezzanotte passata il cielo è chiaro come a Roma alle 21.00, e già alle 4.00 del mattino si intravede l’alba. Impressionante. Non oso immaginare come debba essere d’inverno, quando invece le ore di sole sono limitatissime.
  • Le Highland scozzesi, e più in generale le campagne: paesaggi mozzafiato, con colori intensi anche se un po’ cupi (ma sarà anche colpa del tempo piovoso). Allo stato quasi completamente selvatico, fatti salvi sporadici paesini o agglomerati di casupole, o campi disseminati di pale eoliche, o centrali nucleari. Uno di quei posti dove la vita scorre lenta e monotona tra il lavoro, la tranquillità e la sera al pub. Dei ritmi che non mi dispiacerebbero affatto…
  • Nelle Highland, a Helmsdale sul Firth of Moray, l’albergo è una specie di villa signorile dell”800 con i comfort tipici di un luogo destinato ai nobili dell’epoca, impegnati in battute di caccia nei boschi circostanti o di pesca al salmone nel fiordo.  Un posto dove le pareti sono tappezzate di corna di camoscio, con un grande salone di ritrovo ornato di animali impagliati, e un salmone di un metro o più fa bella mostra di sé su una parete, insieme con un articolo di giornale d’epoca che riporta le gesta della donna (!) che lo ha pescato. Dove, malgrado l’odore di chiuso e d’antico dei tappeti, si trovano salette accoglienti con divani d’epoca dove rilassarsi accanto al camino. A me è piaciuto molto, se non si fosse capito.
  • Il Loch Ness è molto più grande di quanto avessi mai immaginato. Il mostro non si è visto.
  • Il rapporto con i “nativi”: molto spesso non sono neanche tanto nativi, nel senso che capita di trovare la cameriera italiana o la commessa ungherese; tutti però lasciavano trasparire (almeno questa è l’impressione che ho avuto) un sincero amore per l’Italia e per la sua cultura. Oltre, naturalmente, al rammarico per la nostra situazione attuale.
  • Mangiare è una vera avventura. Al di là degli orari bizzarri dei negozi (alle sei del pomeriggio è praticamente finita la giornata), le pietanze locali lasciano molto a desiderare, almeno per chi è abituato alla varietà e al gusto della cucina italiana. I primi giorni siamo stati costretti al McDonald’s, poi abbiamo deciso di provare quello che dicono essere un piatto tipico di queste parti: il fish&chips. Che è niente più che baccalà panato e fritto, guarnito con patatine anch’esse fritte, al quale bisogna per forza aggiungere qualche tipo di salsa (maionese, ketchup e via dicendo) perché altrimenti sa di… baccalà. Un altro piatto tipico è l’haggis, che ho preso ma non mangiato perché impegnato a fare il lampione (cioè a difendermi dagli innumerevoli moscerini mannari di Helmsdale). Comunque sono interiora di agnello insaccate in budello d’agnello e, manco a dirlo, fritte. Non stupisce se dopo due giorni, supplicati dal fegato morente di salvarlo o dargli il colpo di grazia, ci siamo decisi a spendere qualcosina in più per cibo vero, da ristorante, e perché l’incontro più felice della vacanza è stato quello con il ristorante “Gennaro” di Edimburgo.
  • “Qualcosina in più” si fa per dire: la vita costa carissima, e l’usare le sterline come fossero euro non ha aiutato certo a risparmiare. Senza contare che in Scozia qualsiasi numismatico si troverebbe nel suo regno: circolano sia sterline scozzesi che sterline inglesi, e i disegni delle une e delle altre sono sempre diversi; per non parlare poi delle monete, di ogni foggia e dimensione, e decine di disegni per ogni taglio. Semplicemente pazzesco.
  • Avrei tanto desiderato comprare il kilt, ovvero il classico gonnellino scozzese, ma anche il più economico (praticamente tutto di fibra sintetica) costava un’enormità, o quanto meno troppi soldi per un “giocattolo” da usare solo per fare il cretino una volta. Un tartan completo, ovvero la coperta di lana con i disegni dei clan di cui il kilt è una derivazione “moderna”, costa come due settimane di lavoro. Sarà per la prossima volta. Kilt, calzettoni e accessori (come il borsello in pelle con code di lepre che si porta alla cintola) si vendono come abiti da cerimonia, e come quelli costano.
  • Abbiamo provato anche il “brivido” del traffico scozzese: un’ora passata in macchina, prima a fare la fila sulla statale bloccata, poi a rincorrere le deviazioni fasulle fornite dai navigatori satellitari, che immancabilmente riportano alla statale bloccata di cui sopra, solo con la fila ancora aumentata.
  • Il Mare del Nord: fa uno strano effetto, decisamente “mare d’inverno” (si stava col giubbotto in luglio), ma più pulito e selvaggio. Non ci sono bibitari, reti di beach volley e altre amenità, solo sabbia, miriadi di sassi coloratissimi come gioielli e qualche medusa spiaggiata. Malinconico. In teoria c’erano punti di avvistamento per foche, uccelli marini e altri animali, ma non li abbiamo trovati. In compenso si trovano ristorantini caratteristici, sempre puliti e con cibo tutto sommato buono.
  • Se le attrazioni turistiche non sono molte, le inventano: una “grotta del ghiaccio” vicino alla spiaggia è diventata un museo sull’antico mestiere del produttore di ghiaccio. Il cartello invita ad entrare con: “Come in, it’s cool!”, giocando sul doppio significato di “cool”, cioè “freddo” e “fico”. Simpatico.
  • Le vacanze insieme sono un ottimo test per la tenuta di un’amicizia. In una settimana l’abbiamo messa a dura prova: chi vuole l’albergo “tutto confort”, chi vuole quello storico, chi vuole il ristorante e chi il fish&chips, chi guida troppo lento, chi guida troppo veloce, chi vuole andare per negozi e chi per castelli… tensione palpabile, scatti di nervi. Poi tutto come se niente fosse. Siamo più maturi?

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